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Stampa 3D in ospedale: benefici, limiti e condizioni per un utilizzo clinico efficace

Stampa 3D in ospedale: benefici, limiti e condizioni per un utilizzo clinico efficace

16 Febbraio 2026

Negli ultimi anni, la stampa 3D è passata da tecnologia sperimentale a strumento utilizzabile anche nella pratica ospedaliera. Il suo impiego consente di affiancare l’attività clinica in tre ambiti principali: pianificazione degli interventi, comunicazione con il paziente e formazione dei professionisti sanitari.

Il valore clinico risiede nella possibilità di creare modelli anatomici personalizzati a partire da esami di imaging come TAC e risonanza magnetica. Disporre di una rappresentazione tridimensionale dell’anatomia del singolo paziente permette al chirurgo di comprendere meglio la patologia prima dell’intervento, soprattutto nei casi complessi, in cui varianti anatomiche e rapporti spaziali critici possono influenzare l’esito della procedura. Questo approccio consente di anticipare le difficoltà tecniche, simulare l’intervento e scegliere strategie e strumenti più adeguati, contribuendo a ridurre imprevisti, tempi operatori e rischi intraoperatori. In alcune specialità, tra cui maxillo-facciale, ortopedia e cardiochirurgia, è inoltre possibile realizzare guide chirurgiche o componenti su misura, con un impatto diretto sulla precisione dell’atto chirurgico.

Per arrivare a questi risultati è necessario un processo strutturato. La produzione dei modelli richiede una sequenza di passaggi tecnici – dalla ricostruzione delle immagini alla modellazione digitale, fino alla scelta dei materiali e alla verifica delle caratteristiche meccaniche – che devono essere eseguiti in tempi compatibili con l’attività clinica, spesso nell’arco di pochi giorni. Questo rende indispensabile l’integrazione del processo all’interno dell’organizzazione ospedaliera, con protocolli chiari e condivisi.

Il fattore determinante non è la tecnologia in sé, ma il contesto in cui viene utilizzata. L’efficacia di questo approccio dipende dalla collaborazione tra figure diverse: clinici, tecnici di imaging, ingegneri e specialisti dei materiali devono lavorare in modo coordinato, rispettando i requisiti clinici e regolatori previsti per i dispositivi medici. Gli ospedali che ottengono benefici concreti sono quelli che investono nella costruzione di competenze e processi, non quelli che si limitano ad adottare nuovi strumenti.

Un ulteriore valore riguarda il rapporto con il paziente. I modelli tridimensionali possono facilitare la comprensione della patologia e dell’intervento, rendendo il consenso informato più consapevole e riducendo incertezze e timori. Questo utilizzo richiede però una mediazione adeguata da parte del professionista, per garantire una comunicazione chiara e proporzionata.

La formazione rappresenta un altro ambito di applicazione rilevante. Modelli e simulatori consentono di esercitarsi su procedure complesse o poco frequenti in un ambiente controllato, migliorando la preparazione dei team e favorendo la diffusione delle competenze all’interno delle strutture sanitarie. Per ottenere un elevato realismo, anche dal punto di vista meccanico, sono necessarie competenze avanzate in biomeccanica e scienza dei materiali.

Resta aperta la questione del riconoscimento economico. In Italia la pianificazione chirurgica basata su modelli personalizzati e la loro produzione non sono ancora associate a codici di procedura rimborsabili, nonostante il loro valore clinico. In altri Paesi, come gli Stati Uniti, l’introduzione di codici sperimentali rappresenta un primo passo verso un riconoscimento formale.

Nel complesso, la stampa 3D in ospedale non va considerata come una semplice innovazione tecnologica, ma come un cambiamento organizzativo che richiede competenze, integrazione nei processi e governance. Solo in questo modo può trasformarsi in uno strumento stabile, capace di migliorare la qualità delle cure e l’efficienza del sistema sanitario.

 

 

Fonte: Agenda Digitale. Leggi qui l’articolo originale.